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RECO2 recupera scarti industriali per una bioedilizia a basso impatto ambientale.

By : Aldo |Gennaio 29, 2023 |Arte sostenibile, Consumi, Efficienza energetica, Emissioni, Home, menoconsumi |0 Comment

Non mancano idee ai giovani italiani che creano sempre più startup per migliorare il futuro e il pianeta.

RECO2

RECO2 è una realtà nata dall’idea di 4 giovani della provincia di Frosinone, che di fronte ad uno scenario di degrado hanno deciso di agire.
Un giorno Desirè Farletti (COO di RECO2) tornando a casa, si trova davanti una discarica a cielo aperto: era piena di copertoni bruciati illegalmente. Da quel momento, ha deciso di agire concretamente per migliorare la situazione ed aiutare il pianeta.

Nel 2017, nasce RECO2 che prende piede tra le startup italiane, tanto da partecipare a convegni nazionali e programmi internazionali, vincendo premi di grande prestigio.

L’impresa innovativa lavora nel campo della bioedilizia, con la missione di renderlo più sostenibile e di sviluppare maggiormente il concetto di economia circolare.

Già il nome rappresenta a pieno l’idea di una realtà “green”: con l’incipit R, che riprende i processi di riciclo, riuso e riduzione. Poi abbiamo la CO2, problematica e/o argomento non centrale del gruppo ma importante per gli sviluppi delle loro produzioni. 

L’autenticità della startup

Le fondamenta della società si basano sull’idea di recuperare e trasformare materie prime seconde inorganiche per creare nuovi prodotti per la bioedilizia.

L’intero piano è infatti correlato all’evento che ha condotto alla nascita della startup. I giovani hanno pensato di lavorare proprio con quei materiali che trovarono nella “discarica”; quindi scarti di varie produzioni industriali e pneumatici usati.

Infatti, dall’uso di scarti minerari, dell’acciaio, del vetro, degli pneumatici usati e lavorazioni di ceramiche, sono riusciti a creare nuovi prodotti per l’edilizia green.

L’operazione è possibile grazie ad un processo di attivazione chimica e una conseguente produzione a basso impatto ambientale.

  

Prodotti

Il principale prodotto, nato dalle menti dei 4 fondatori, è il Vytreum.

Un materiale ceramico-cementizio, composto per il 95% da materie prime seconde divise per il 50% da scarti minerari e 50% da scarti metallurgici.

Inoltre, è un prodotto resistente e con bassi valori di porosità, creato con una tecnologia brevettata dall’impresa stessa.

Si tratta di una “clean technology” che permette di ridurre costi di produzione, consumi ed emissioni di CO2 rispetto ai soliti metodi.

Al contrario delle altre produzioni, il Vytreum viene realizzato con temperature inferiori ai 100°C per mezzo dell’attivazione chimica a freddo (brevettata da RECO2). Dopodiché si ha una fase di betonaggio che spesso avviene in impianti di terzi esterni, che mettono a disposizione i loro stabilimenti.

L’nnovazione garantisce un risparmio dell’80% sui costi energetici e una riduzione del 95% del consumo d’acqua paragonato ai processi di pavimentazioni in ceramica.

Il prodotto si adatta a varie applicazioni, civili, industriali, di pavimentazione esterna e interna, soprattutto perchè con la stampa in 3D possono scegliere qualsiasi forma.

I prossimi passi.

Dopo Vytreum, RECO2 pensa al futuro e porta avanti programmi di ricerca e sviluppo per nuove creazioni.

Il piano è quello di produrre rivestimenti o prodotti per l’isolamento termoacustico, sempre con il 100% di materiali riciclati e il 90% di emissioni di CO2 in meno.

Quello che sicuramente non manca alla startup sono le idee innovative, per dare valore agli scarti ed incrementare l’economia circolare.   

Con una lista piena di premi nazionali, locali, per programmi di innovazione e finanziamenti, RECO2 può solo crescere aiutando la Terra.

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agrumi

Riciclare le batterie con gli agrumi: è realtà grazie ad AraBat, l’eccellenza italiana.

By : Aldo |Gennaio 26, 2023 |Arte sostenibile, Emissioni, Home, i nostri figli andranno ad energia solare, menorifiuti, obiettivomeno rifiuti |0 Comment

Aumentano le eccellenze italiane nel mondo delle tecnologie: spicca la startup pugliese AraBat.    

La startup

AraBat è una startup italiana che ha sviluppato delle tecnologie uniche al mondo, per riciclare le batterie.

Nasce a febbraio 2022 dall’idea di 5 ragazzi pugliesi con dei background simili e lo stesso obiettivo: quello di cambiare il mondo.
     

Come in tanti altri casi, tutto parte da corsi universitari e curiosità verso il mondo della tecnologia. Così AraBat e l’Università di Foggia, firmano un accordo di ricerca e partnership scientifica, permettendo ai ragazzi di realizzare il loro progetto innovativo e sostenibile.

Durante lo sviluppo del loro programma, i fondatori hanno lavorato anche su altri fronti, per poter ricevere un maggiore supporto. Dopo vani tentativi di ricerca di un partener italiano, guardano oltreoceano e riescono ad avere l’appoggio del CEO di Linkedin; un incontro che cambierà tutto.

Con tale colloquio, AraBat ha instaurato una partnership internazionale che le garantisce un’importante crescita, ma soprattutto la possibilità di realizzare un impianto industriale in Puglia.

Da qui il team ha vinto una serie di premi per l’innovazione, anche nazionali, che hanno determinato l’ascesa della società.

Tra i tanti, l’avviso pubblico «Estrazione dei Talenti» di ARTI Puglia, il PIN (Premio Nazionale dell’Innovazione) ed il premio Encubator 2023.

 

La questione da risolvere

AraBat è quindi una delle nuove eccellenze italiane nel settore della tecnologia legata alla sostenibilità: nello specifico si occupa di riciclare batterie esauste.

I ragazzi sono riusciti a rivoluzionare il tipico processo idrometallurgico rendendolo ancora più sostenibile ed efficiente. Come? Con gli scarti degli agrumi.

Solitamente le batterie si riciclano per mezzo della pirometallurgia: un sistema costoso ed inquinante, che elimina anche i non metalli (a causa delle alte temperature).
Recentemente è stata scoperta l’opzione idrometallurgica, che invece, usa temperature più basse e acidi per estrarre i metalli richiesti.
Il problema che sussiste però riguarda l’aspetto ambientale. Per quanto possa essere efficiente, l’idrometallurgia continua a creare alte percentuali di inquinanti secondari responsabili di ulteriori rischi per la natura e la salute.

A questo proposito, AraBat ha sviluppato un metodo innovativo, unico al mondo che ha cambiato le sorti del team.

La soluzione innovativa.

Grazie alla collaborazione con il Facility Center dell’Università di Foggia, l’impresa è riuscita a realizzare un meccanismo all’avanguardia e sostenibile.

Il piano si concentra sul miglioramento delle tecniche già in uso nell’idrometallurgia, con la sostituzione di elementi e materiali.
Dopo lunghi studi, AraBat ha deciso di usare acido citrico (debole) presente negli agrumi, al posto degli acidi inorganici forti, per la lisciviazione. L’acido citrico viene combinato con la buccia d’arancia, che per mezzo di essiccazione e macinatura, fornisce una quantità di cellulosa rilevante per altri step della lavorazione.

Infatti, la cellulosa serve per l’estrazione e un miglior recupero dei metalli: così come gli antiossidanti naturali presenti nello scarto organico.

Grazie a tale procedura, la startup è in grado di restituire vari metalli quali, carbonato di litio, idrossido di cobalto, idrossido di manganese e idrossido di nichel ed altri.

 

Economia circolare

L’azienda non si occupa solo del riciclo di batterie anzi, rappresenta a tutto tondo l’idea di sostenibilità perchè impegnata in più campi.

La missione è quella di creare un commercio di materie prime seconde, riciclate. Come abbiamo visto il team si occupa di batterie a ioni di litio esauste (LIB) e RAEE.
Tale procedura permette di sviluppare un mercato competitivo ed un piano di economia circolare, fondamentale al giorno d’oggi.

Inoltre, AraBat è impegnata nella produzione di energia rinnovabile e in attività di consulenza per la green economy.

L’impresa rappresenta a livello mondiale, un sistema industriale circolare unico e originale. Non a caso, il suo impianto di riciclo è stato definito il più sostenibile nel quadro europeo.

Le startup di giovani come questa possono valorizzare il nostro paese e incrementare il suo livello di sviluppo. Che sia per nuove tecnologie, per la sostenibilità o in ambito sociale, le nuove idee fornite dai giovani, dovrebbero essere valorizzate sempre di più.

Perchè come ci insegna questo caso, possono portare il marchio italiano nel mondo, apportando cambiamenti concreti.

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GREENWASHING

Greenwashing: l’Italia crea una task force per eliminarlo.

By : Aldo |Gennaio 24, 2023 |Arte sostenibile, Emissioni, Home, menoconsumi, obiettivomeno rifiuti |0 Comment

L’Italia si muove con anticipo rispetto all’Unione Europea ma l’obiettivo è lo stesso: eliminare il greenwashing.

Il greenwashing

Il greenwashing o ecologismo di facciata, è una strategia di marketing errata di molteplici aziende che dichiarano il falso nel settore ambientale.

Con essa i brand dimostrano un impegno finto che hanno rispetto l’ambiente, per attirare i clienti che seguono le pratiche sostenibili.
In sostanza mira a presentare un’azienda proattiva nel settore ambientalista di modo che non risaltino gli eventuali difetti del prodotto.

Al contrario, le aziende che usano il green marketing si definiscono responsabili sociali del ciclo di vita dei loro prodotti. Sono brand che usufruiscono di una comunicazione veritiera e trasparente.

Il greenwashing si fonda quindi su capisaldi, che la TerraChoice Environmental Marketing Inc ha studiato negli ultimi anni. Un brand che fa greenwashing pubblicizza i proprio prodotti con: vaghezza ed etichette false (per mezzo di immagini e parole che creano un pensiero errato).

Nasconde la verità mirando all’esaltazione di un solo dato e non dimostra certificati di terze parti correlati alla sostenibilità del prodotto. Solitamente scelgono l’irrilevanza, la menzogna o il minore tra due mali (vantando una caratteristica che non riduce l’impatto ambientale).

Ormai questa strategia è nota a tutti e non di rado sono state accusate delle aziende per aver usato tale strategia di comunicazione.

I fatti

In Europa è stato effettuato uno studio fino a novembre 2020 che ha dimostrato le percentuali di annunci e dichiarazioni poco chiari delle aziende.

Sono stati analizzati 344 prodotti e il 43% di essi riporta informazioni non complete o non totalmente veritiere. Successivamente, è stato appurato che spesso la compagnia non permette di verificare la veridicità della constatazione riportata nel prodotto: si tratta del 57,5% dei casi.
Il 50% delle volte invece, non è chiaro se le informazioni si riferiscano all’intero prodotto, ad una sola parte o ad uno stadio del ciclo di vita.

 

Proposta UE

Proprio per ridurre tali pratiche ingannevoli, il parlamento europeo proporrà a breve una direttiva contro il greenwashing.

Quest’ultima si baserà sulla Product Environmental Footprint (PEF), uno strumento che esamina l’intero ciclo di vita del prodotto.
L’idea è quella di una direttiva comune applicata nell’unione; tuttavia, saranno i singoli paesi a sanzionare le proprie aziende che non rispetteranno la legge.

Le multe, “efficaci, proporzionate e dissuasive”, saranno quindi rivolte a chi dichiarerà il falso o rilascerà informazioni non chiare. L’importo si valuterà attraverso criteri scelti come la gravità della violazione, il ricavato ottenuto con l’inganno e il danno ambientale causato o potenziale.

In Italia

Anche in Italia sembra esserci la necessità di contrastare l’ambientalismo di facciata e a tal proposito è stata creata una task force peculiare.

L’ISPRA ha fondato il suo organo per combattere il greenwashing, per mezzo di uno specifico monitoraggio degli investimenti legati allo sviluppo sostenibile.
In questo caso si mira alla trasparenza e alla finanza green, per eliminare le attività che possono creare un ulteriore impatto negativo all’ambiente.

Il piano studiato insieme al Forum della Finanza Sostenibile, si basa su idee che circolavano già durante la COP26. Infatti, molti hanno esposto la necessità di avere un documento informativo e valido a livello scientifico, scritto da terzi indipendenti e attendibili. 

Quello italiano, è il primo caso in Europa in cui un ente pubblico ricopre un ruolo istituzionale, legato alla finanza sostenibile.

L’ente è attualmente incaricato di assegnare il marchio Ecolabel UE ai prodotti designati.

Non a caso, più volte, operatori finanziari e autorità di vigilanza hanno chiesto informazioni più dettagliate all’istituto per seguire le direttive europee. È proprio questo il ruolo che avrà la task force, guidata dal Direttore generale Maria Siclari.

Questo processo di transizione è comunque in atto da anni. Nel 2021 entrò in vigore la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR), che comprendeva 12’000 imprese europee, di cui 210 italiane.

Tutti questi programmi hanno lo scopo di ridurre se non eliminare tutto quello che riguarda l’inganno e quindi il profitto a discapito dell’ambiente. Con tali mosse, si può agire per un futuro migliore e si può combattere il cambiamento climatico in modo più concreto.

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Gli italiani vogliono una maggiore sostenibilità, soprattutto per il packaging.

By : Aldo |Gennaio 22, 2023 |Arte sostenibile, Emissioni, Home, menoconsumi, menorifiuti, obiettivomeno rifiuti |0 Comment
packaging

Secondo delle recenti analisi, gli italiani sono sempre più attenti alla sostenibilità dei loro acquisti soprattutto se si tratta di alimenti.


Nomisma

Nomisma è una società di consulenza fondata nel 1981 a Bologna, da un team di economisti aiutati da banche e grandi organismi economici.
L’azienda ha condotto recentemente un’analisi di mercato per determinare la linea di pensiero degli italiani per quanto riguarda il packaging sostenibile.
   

I risultati hanno sorpreso l’opinione pubblica in maniera positiva. Infatti, lo studio seguito dall’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma afferma che sempre più italiani scelgono di acquistare prodotti con un imballaggio “verde”.


L’indagine

L’analisi ha reso partecipi più di 1.000 persone tra i 18 e i 65 anni che hanno fornito vari input per possibili migliorie nel settore.
Le domande sull’economia, l’idea di sostenibilità dei prodotti e i criteri di scelta durante gli acquisti, hanno creato un quadro completo sul pensiero degli italiani.
   

Per il 35% degli intervistati, la sostenibilità resterà una priorità anche di fronte alla crisi economica che viviamo e vivremo nel futuro. Mentre il 57% non è stato così categorico ma ha risposto positivamente, dichiarando che comunque ne avrebbe tenuto conto.

Il 92% delle persone sostiene che scegliere un prodotto con una confezione green, sia un ottimo punto da cui partire. Tuttavia, il 65% degli italiani, segue concretamente questa idea, dichiarando di aver scelto almeno una volta, un prodotto invece di un altro per via dell’imballaggio.
In più, il 19% delle famiglie ha lasciato dei prodotti perchè privi di una confezione sostenibile.

   

Dopo tali responsi, è stato chiesto cosa gli intervistati intendono per “packaging sostenibile” e anche qui, la risposta è stata univoca.

Le 3 caratteristiche necessarie per definire “sostenibile” una confezione sono:

  • l’assenza di overpacking ovvero di un sovra imballaggio,
  • la riciclabilità del 100%,
  • una quantità minima di plastica.

In merito ai materiali, sono preferiti il vetro (67%) e il cartone per le bevande (59%).

Nonostante ciò, il 76% delle persone richiede una maggiore attenzione in merito all’etichette. Un italiano su 5 conferma la necessità di etichette informative più dettagliate che descrivano il livello di sostenibilità della confezione o del prodotto.

    

In questo caso l’etichetta comprenderebbe ulteriori criteri di scelta del cliente, tra questi:

  • l’origine delle materie prime,
  • le modalità di riciclo della confezione,
  • i metodi di produzione,
  • l’impatto ambientale del packaging,
  • le catene di fornitura e di filiera.

In generale

In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, spesso è difficile scegliere la sostenibilità durante gli acquisti. Tenendo conto che l’inflazione incide sui bilanci dell’88% delle famiglie italiane, quest’ultime hanno deciso di cambiare rotta, per risparmiare.
Nel complesso si sprecano meno energia, acqua e cibo, per il quale si stanno riducendo gli sprechi del 58%.

Inoltre si fa attenzione alle offerte o si rinuncia anche al superfluo. 

  

Questo studio è stato presentato durante la 19a edizione di MARCA 2023: evento creato da BolognaFiere tenutosi il 18 e il 19 gennaio.
La manifestazione, unica nel suo genere, riunisce il business e i prodotti di qualità, i “buyer” e i manager di aziende locali e catene internazionali.

   

Lo scopo della presentazione dell’indagine, in una manifestazione simile, era quello di riportare l’opinione pubblica alle aziende partecipanti. Così facendo, società e imprenditori hanno potuto riflettere e prendere spunto per apportare dei miglioramenti nelle loro produzioni.

   

Silvia Zucconi, responsabile market intelligence & business information di Nomisma, afferma:

 “[…] sta crescendo in modo significativo la sensibilità degli italiani verso l’acquisto di prodotti caratterizzati da un packaging che non solo deve presentare caratteristiche di sostenibilità, ma che dovrebbe anche essere un veicolo per trasmettere valori e informazioni utili a supportare la decisione di acquisto”.

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encubator

Encubator: premia 7 startup e la loro innovazione contro la crisi climatica.

By : Aldo |Gennaio 18, 2023 |bastaplastica, Emissioni, Home, i nostri figli andranno ad energia solare, menorifiuti |0 Comment

La crisi climatica si può affrontare in molteplici modi e per questa ragione c’è chi ha scelto di usare l’innovazione tecnologica.

Encubator

Encubator è un progetto volto alla realizzazione di una società più sostenibile, nel minor tempo possibile.
La sua missione è quella di far fronte al cambiamento climatico con l’innovazione tecnologica, in cui gli esperti dell’iniziativa ripongono una grande fiducia.
Il piano prevede quindi la premiazione di team che propongono nuove soluzioni per accelerare la transizione energetica e non solo.
Si parla anche dello sviluppo di programmi in grado di cambiare e migliorare le città dal punto di vista sostenibile.

         

Il programma

Il piano nasce dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, PoliHub e Politecnico di Milano ed è rivolto alle imprese giovanili.
Si tratta di startup, team di ricerca e realtà universitarie che presentano idee e soluzioni nell’ambito del “climate tech”. Tale settore comprende una lista completa di tutti quelli che sono i cambiamenti necessari per questa importante transizione.

         

Tra i tanti la produzione, distribuzione e la gestione energetica, le smart cities, l’agricoltura, l’economia circolare e lo smart tourism.

Il progetto è rivolto a team italiani, europei ed internazionali con un piano caratterizzato da un grado medio di maturità tecnologica (TRL).  Maggiore attenzione sarà data ovviamente ai programmi brevettabili o in corso di brevettazione.

         

Nella prima edizione sono stati esaminati 220 progetti, di cui 168 considerati compatibili; una successiva scrematura ha poi decretato i 15 possibili finalisti.
La giuria che ha portato avanti la selezione, si compone di un gruppo di esperti, imprenditori, istituti di ricerca e banche.

Le startup vincitrici

Tra le 7 imprese vincitrici non ci sono solo realtà italiane e si spazia da un settore all’altro con grande sorpresa.
La vincitrice assoluta è AraBat, impresa pugliese che estrae metalli preziosi dalle batterie a litio per mezzo di arance. Segue la svizzera Gaia Turbine, con una microturbina idroelettrica, per deflussi minimi con efficienza maggiore del 90%.

         

In ambito alimentare, l’emiliana Kinsect, con la produzione di farine di insetti da usare negli allevamenti.
Nel settore edilizio romano, abbiamo Reco2 che presenta dei nuovi sampietrini sostenibili; simile è la lombarda ReHouseit, per un cemento con un impatto ambientale minimo.

Infine troviamo altre 2 realtà lombarde: Volta Structural Energy, che sviluppa nuove batterie aerospaziali e H2go Technology, nel campo della transizione energetica.

         

Il premio

La Camera di commercio e gli altri gruppi, hanno stanziato complessivamente 280 mila euro per il programma.
Tra i 15 finalisti, solo 7 riceveranno un finanziamento di 40 mila euro da investire in 2 ambiti diversi. 25 mila nello sviluppo del proprio progetto, mentre 15 mila per usufruire del programma di accelerazione, gestito proprio da PoliHub, per 4 mesi.
Tale divisione è stata pensata di modo che le startup potessero crescere con una struttura solida anche a livello di business.
Nel premio, è compreso un network di aziende, mentor e investitori del mondo imprenditoriale, dell’energia e dell’economia circolare, con i quali confrontarsi nel Demo Day.

         

Encubator, non ha semplicemente realizzato il sogno di qualche gruppo di giovani, ha fatto molto di più.

Con il progetto e i finanziamenti che offre, può creare nuovi posti di lavoro e creare nuove idee.
Tuttavia, il programma fa sì che il mondo possa accogliere queste tecnologie ed usarle in modo efficiente, per una grande causa al giorno d’oggi.

         

Se si pensa che solo con la prima edizione sono spiccate 7 imprese di giovani, possiamo solo augurarci che nascano tanti altri progetti come questo.

Per il pianeta, i giovani e per il futuro, il loro.

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buco ozono

L’ONU dichiara che il buco dell’ozono si sta chiudendo!

By : Aldo |Gennaio 15, 2023 |Arte sostenibile, Emissioni, Home, menomissioni, obiettivomeno emissioni |0 Comment

Andamento in metri quadrati della superficie dell’area del buco dell’ozono

Dopo anni di incertezze è finalmente arrivata la notizia che tutti aspettavano.

            
La grande notizia

Attraverso monitoraggi, studi ed analisi di vario tipo, l’ONU ha annunciato che il “buco” dell’ozono si sta riducendo.

La notizia arriva dal report “Scientific assessment of ozone depletion 2022”, in cui si ripercorrono i passi fatti contro il buco dell’ozono, durante gli anni.

            

Lo studio afferma che il buco si chiuderà intorno al 2066 sopra l’Antartide, entro il 2045 sopra l’Artico, e nel 2040 per il resto del mondo. È importante precisare che, con il verbo “chiudere” si intende che la situazione tornerà ai livelli precedenti agli anni ’80.

            

L’ozono e l’ozonosfera.

Le nozioni principali da sapere per comprendere l’importanza del fenomeno descritto riguardano l’ozono L’ozono infatti è un gas che crea uno strato atmosferico di grande rilevanza: l’ozonosfera. Tale strato ha il compito di assorbire e filtrare i raggi UV del Sole, evitando che quelli nocivi arrivino sulla Terra.

In questo modo l’ozonosfera protegge gli esseri viventi da patologie rare e delicate come tumori alla pelle ed è quindi necessaria per la nostra vita.

Un altro concetto da approfondire è quello del cosiddetto “buco”. In realtà non esiste un vero e proprio buco nell’ozonosfera; si tratta più di un assottigliamento causato da vari composti chimici, utilizzati dall’uomo.

Queste sostanze pericolose per la “coperta” atmosferica vennero scoperte solo successivamente all’identificazione dell’assottigliamento.

            
Storia

Il buco dell’ozono venne scoperto nel 1974 da Frank Sherwood Rowland e Josè Mario Molina, che incentivarono gli studi sul fenomeno. Nel 1985, Joseph Charles Farman rivelò la pericolosità del danno nella regione antartica e così si decise di prendere una strada precisa.

            

Nel 1989, 46 paesi firmarono il Protocollo di Montréal, ed altri 90 si aggiunsero nel 1990 dopo la scoperta di un assottigliamento al polo nord.

Il protocollo determinava la riduzione di produzione e consumo dei Clorofluorocarburi (CFC), a quel tempo ritenuti gli unici colpevoli del danno.
Solo nel 2016 vennero banditi anche gli idrofluorocarburi (HFC), composti chimici e gas serra 14 mila volte più potenti della CO2.
            

L’unione fa la forza

Quando questo fenomeno sembrava il pericolo ambientale più grande e temuto, molti governi si adoperarono per cambiare rotta senza dubbi e perplessità.
La partecipazione di ben 90 stati determinò un impatto decisivo e positivo sull’ambiente, eliminando il 99% dei CFC e dei HFC. Azione che ha ridotto di gran lunga anche il loro contributo all’effetto serra.

Jukka Petteri Taalas, segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale dichiara:


“L’azione sull’ozono costituisce un precedente per l’azione per il clima”

La sua affermazione non solo rende onore al lavoro svolto in questi anni ma da trasmette fiducia nel futuro.

            

Se solo il mondo riuscisse ad agire così velocemente e in maniera decisa, come successe nello scorso secolo, si risolverebbero tanti problemi. Uno tra questi, il cambiamento climatico!

La grande notizia degli ultimi giorni, ci rende consapevoli di quello che siamo capaci di fare quando ce ne è la necessità. Inoltre, ci dimostra come i governi, uniti, possano fare la differenza e questo importante traguardo ne è una prova fondamentale.

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L’UE mira al primato mondiale nel settore delle batterie.

By : Aldo |Gennaio 14, 2023 |Arte sostenibile, Emissioni, Home, menomissioni, menorifiuti, obiettivomeno emissioni, obiettivomeno rifiuti |0 Comment

 

Dopo due anni dalla proposta della Commissione europea, è stato raggiunto un accordo per un regolamento sulle batterie.
Ecco come l’Europa punterà ad una maggiore sostenibilità.

Dopo due anni dalla proposta della Commissione europea, è stato raggiunto un accordo per un regolamento sulle batterie.
Ecco come l’Europa punterà ad una maggiore sostenibilità.

               

L’accordo.

Proprio due anni fa la Commissione Europea ha presentato una proposta sul regolamento delle batterie per rendere il loro settore più sostenibile.

La normativa è stata accolta ed esaminata dal Consiglio e dal Parlamento Europeo che hanno raggiunto, all’inizio del nuovo anno, un accordo.

Quest’ultimo rientra nell’ambito della strategia per la mobilità sostenibile e definisce una serie di requisiti che i produttori di batterie europei dovranno seguire.

               

E inoltre mira alla riduzione dell’impatto ambientale che ha l’intero ciclo di vita di una batteria; dall’estrazione delle materie prime alla produzione, fino allo smaltimento.

               

I requisiti delle batterie

L’accordo riporta in modo dettagliato quelle che sono le specifiche che vari tipi di batteria dovranno soddisfare d’ora in poi per essere vendute nell’Unione europea.

               

Innanzitutto, la legge varrà sia per la produzione che per l’importazione di batterie in Europa, siano esse per veicoli elettrici, applicazioni industriali e dispositivi portatili.

Per essere precisi, quelle con una capacità maggiore di 2 kWh dovranno riportare la “dichiarazione dell’impronta di carbonio”. Così facendo verrà certificata la quantità di CO2 emessa durante la loro produzione.  
Oltre a questa etichetta, sarà obbligatorio apporre un QR code, con tutte le caratteristiche della batteria (capacità, prestazioni, durata e composizione chimica).

               

Invece le batterie più piccole (per smartphone) dovranno essere facili da rimuovere e sostituire entro il 2030. Infine, la Commissione valuterà anche la possibilità di bandire le pile non ricaricabili.
          
    

 

Riciclo

Per quanto riguarda il riciclo, sono stati fissati molteplici obiettivi correlati alla raccolta del prodotto e il riuso delle materie prime.

Infatti, è stato stabilito, che le batterie usate debbano essere raccolte senza ulteriori costi per il consumatore. L’obiettivo è di raccogliere il 45% delle portatili nel 2023, per poi arrivare al 73% nel 2030.
Per le batterie dei veicoli elettrici si punta al 61% nel 2031.

               

Gli altri obiettivi comprendono le materie prime; il loro recupero permetterebbe di limare dei rapporti di dipendenza tra nazioni, nati per necessità di produzione.

Nel settore è quindi richiesto il recupero e il riutilizzo del, 85% per il piombo, 16% per il cobalto, 6% per litio e nichel.

               

Politiche

Senza dubbio tali requisiti, obiettivi e regole, sono tra i più rigidi al mondo e pertanto potrebbero migliorare tanti meccanismi, anche quelli del mercato.

Non a caso il capo negoziatore dell’Europarlamento, Achille Variati, è sicuro che le norme europee
               

diventeranno un punto di riferimento per l’intero mercato mondiale”.

Dal momento in cui verrà ratificato l’accordo, le aziende produttrici e importatrici di batterie nel mercato Ue, dovranno seguire una “politica di due diligence”. In questo modo si eviteranno rischi sociali e ambientali dovuti alla produzione dell’oggetto.

Tali garanzie saranno fondamentali calcolando che nel 2030, questo mercato crescerà di 14 volte rispetto all’attuale.

               

Ad ogni modo, il concordato mira anche a cambiare i rapporti tra Paesi nel mondo.
Proprio Cina, Giappone e Corea del Sud sono i maggiori produttori di batterie. In questo caso l’Europa cercherà di ribaltare gli equilibri in tema di sostenibilità, frenando l’enorme potere dell’industria asiatica.

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pet riciclo

Con il riciclaggio enzimatico è possibile scomporre il PET cristallino.

By : Aldo |Gennaio 08, 2023 |Arte sostenibile, Consumi, Emissioni, Home, menorifiuti |0 Comment

Dopo anni di studi, sembra che i ricercatori siano arrivati ad una soluzione per il riciclo del PET.
Si parla di riciclaggio enzimatico, una tecnica che potrebbe ridurre rifiuti del polimero ed emissioni.

 

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Il PET

Il PET (o polietilene tereftalato) venne inventato negli anni ’40, come una resina termoplastica, creata con petrolio, gas naturale o materie prime vegetali.  Ad oggi, più del 60% del PET è destinato alla produzione di fibre e fiocchi, mentre il 30% per le bottiglie ed altro.

Questi impieghi sono possibili grazie alle sue caratteristiche uniche, come la lunga durata e la versatilità.
È riciclabile al 100% e non perde le sue proprietà fondamentali, nella fase di recupero.‏‏‎

L’invenzione di questa plastica fu una grande svolta in vari ambiti, ma oggi, proprio le caratteristiche che l’hanno resa vincente, hanno un impatto negativo sull’ambiente.

Per questa ragione si cercano quotidianamente delle soluzioni per un riciclo con il minor impatto ambientale.

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La scoperta

L’azienda francese Carbios, da anni nel settore della biochimica, ha sviluppato la tecnologia C-Zyme.
L’innovazione è basata sulla possibilità di rendere compostabili i rifiuti legati ad alcuni polimeri della plastica, per mezzo di enzimi.

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La questione del riciclo del PET è studiata da anni, soprattutto per trovare delle soluzioni meno dispendiose sia a livello economico, che di emissioni.

Perciò sono partite delle indagini dedicate agli enzimi decompositori che hanno portato ad una scoperta importantissima.  La rivelazione, afferma che alcuni enzimi possono scomporre anche il PET più duro, evitando di conseguenza, tecniche costose.

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Il processo, inoltre, renderebbe la materia riciclata più economica del prodotto vergine, trasformando le scelte e i costi di mercato.

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Le nuove tecnologie

La tecnologia C-Zyme comprende l’uso del batterio Ideonella sakaiensis il quale secerne enzimi che degradano il PET ed è i suoi legami chimici. Lo riporta così ai monomeri di partenza (acido tereftalico e glicole etilenico) che saranno impiegati in nuovi prodotti, con la stessa qualità del materiale vergine.
Questo è possibile grazie ad un bioreattore che in 48 ore può depolimerizzare fino a 2 tonnellate di rifiuti (circa 100 mila bottiglie).

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Il problema è che questo processo non può essere utilizzato con il PET cristallino (più durevole e diffuso), né tantomeno a livelli industriali.
Tuttavia, grazie agli studi sulla bioinformatica e all’apprendimento automatico gli studiosi hanno trovato le sequenze enzimatiche necessarie per la degradazione del PET.
Inoltre i modelli statistici scoperti, possono prevedere come gli enzimi agiranno e romperanno i legami del polimero.

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Sostenibilità

I nuovi processi studiati includono anche un impatto diverso sull’ambiente sull’economia.

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La caratteristica sostenibile è quella di escludere i passaggi di preprocessing della plastica per i quali essa veniva ammorbidita col calore, prima di essere degradata.

In questo modo, un processo di riciclo può ridurre in maniera significativa sia i costi, che le emissioni di CO2 legate alla depolimerizzazione del PET.

Infatti, i dati acquisiti da una ricerca del 2021, confermano che ci sarebbe un taglio della domanda energetica (da parte delle di riciclo) del 45%. Mentre le emissioni verrebbero ridotte del 38%; una cifra non indifferente.

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L’affermazione di Erika Erickson, un ex ricercatrice post-dottorato NREL:

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“La nostra piattaforma enzimatica crea un incentivo economico per ripulire i nostri oceani”.

racchiude tutto il potenziale di questa fantastica scoperta che comprende molteplici settori e anche una grande collaborazione tra ricercatori.
La tecnologia potrebbe cambiare le sorti della plastica e del suo impatto sull’ambiente, quindi anche il suo ruolo nella vita di tutti i giorni. 

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spagna sigarette

Spagna. Chi produce tabacco raccoglierà mozziconi di sigaretta dagli ambienti pubblici.

By : Aldo |Gennaio 04, 2023 |Arte sostenibile, Emissioni, Home, i nostri figli andranno ad energia solare |0 Comment
spagna sigarette

In Spagna solitamente si festeggiano “los Reyes Magos”. Quest’anno però, la data verrà ricordata come una giornata di svolta per l’ambiente.

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Il provvedimento

Il governo spagnolo ha deciso di integrare una normativa all’esistente pacchetto di leggi volte a ridurre l’uso della plastica e aumentare il riciclo dei rifiuti.

Il decreto in vigore da aprile 2022 vieta il commercio di prodotti in plastica monouso (non riciclabile) come piatti, bicchieri, posate. O ancora cotton fioc, cannucce e contenitori per bevande in polistirolo espanso.

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A questo divieto è stata aggiunta una nuova norma, mai vista prima.

Infatti, dal 6 gennaio, in Spagna, i produttori di tabacco dovranno occuparsi di raccogliere mozziconi e filtri di sigaretta nei luoghi pubblici e non solo.

Le stesse aziende avranno il compito di sensibilizzare i cittadini sui problemi ambientali legati all’errato smaltimento dei loro rifiuti.

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Nel pratico

La normativa, che arriva dal ministero della Transizione Ecologica e della Sfida demografica, prevede obblighi economici per le industrie interessate.

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Non a caso i produttori di tabacco dovranno pagare il conto per la pulizia e lo smaltimento di mozziconi e filtri che vengono gettati a terra dai cittadini. Uno studio ha ipotizzato che la somma potrebbe anche toccare il miliardo di euro all’anno.

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Si prevede quindi che le aziende, avendo una nuova tassa, finiranno per aumentare i prezzi dei loro prodotti. Di conseguenza ai fumatori sarebbe fornito un nuovo incentivo per smettere di fumare.

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Salute e ambiente

A livello ambientale sono uno dei rifiuti più pericolosi per il mare.

Secondo uno studio della Ocean Conservancy, i filtri delle sigarette impiegano 10 anni per decomporsi: il problema però riguarda le loro componenti.

I filtri sono composti da acetato di cellulosa, una plastica molto pericolosa che rilascia tossine quali arsenico e piombo. Pertanto, sono considerati più dannosi di sacchetti e bottiglie di plastica, anche per il numero di pezzi: circa 5 miliardi nell’oceano.

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Per non parlare dell’impatto ambientale che ha l’intera industria del tabacco.
Si contano 200’000 ettari di terreni e 22 miliardi di tonnellate di acqua usati per la sua coltivazione. L’Italia è prima in Europa con la produzione di 50’000 tonnellate annue.

Non mancano di certo le emissioni di CO2, pari a 84 milioni di tonnellate.

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Si stima che in Spagna il 22% della popolazione fumi: la cifra non si allontana troppo dalla media europea, che è del 18,3%.

A livello sanitario, come tutti sappiamo, il fumo crea danni irreversibili e più di 8 milioni morti l’anno (dati dell’OMS). Per questo, dopo un’indagine, è stato affermato che l’85% dell’opinione pubblica sia favorevole a maggiori restrizioni in luoghi pubblici e privati. Le autorità si sono mosse da tempo, imponendo divieti in 500 spiagge della costa iberica.

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Con la nuova direttiva, la Spagna si fa portavoce di un cambiamento necessario per la salute delle persone e la cura dell’ambiente. Due sfere che troppo spesso vengono divise, quando in realtà sono molo più legate di quanto pensiamo.

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Se anche un solo stato europeo seguisse l’esempio del governo spagnolo sarebbe una grande vittoria.

Sarà comunque un buon risultato se parte della popolazione smetterà di fumare, o almeno di buttare i mozziconi per strada.

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bergamo award

Bergamo vince l’Urban Award 2022 per la mobilità sostenibile.

By : Aldo |Gennaio 04, 2023 |Arte sostenibile, Emissioni, Home, menoconsumi, plasticfree |0 Comment

La mobilità sostenibile rientra tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 ONU pertanto è fondamentale investire in questo settore. Nel 2022, Bergamo svetta nella classifica tra i comuni più attenti e attivi alla questione.

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Urban Award.

È un progetto che premia i comuni italiani per la mobilità sostenibile, analizzando iniziative già attive o appena approvate dalle amministrazioni comunali.

Il premio nasce nel 2017 dall’idea di Ludovica Casellati, giornalista e scrittrice in collaborazione con Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani): l’ideatrice afferma che:

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“L’Urban Award nasce proprio dall’esigenza di innescare una gara virtuosa tra città, sui progetti di mobilità sostenibile, che possano concretamente portare i cittadini a preferire altri mezzi, lasciando l’automobile in garage.”

La sesta edizione è stata vinta dalla città di Bergamo ed il premio è stato consegnato in occasione della 39a Assemblea Nazionale Anci.

La giuria è composta da scrittori, giornalisti ma anche tecnici e figure legate alla cura dell’ambiente. Possiamo citare Stefano Laporta (Presidente Ispra), Piero Nigrelli (Direttore settore ciclo di Ancma), Antonella Galdi (Vicesegretario generale Anci) e Federica Cudini (Marketing manager Bosch eBike ststem).

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Perchè Bergamo?

Il comune ha vinto grazie all’impegno, la dedizione e la mentalità aperta dei cittadini, che sono pronti a cambiare le loro abitudini. Il progetto premiato include la bicicletta nella vita dei bergamaschi a 360°, con vari servizi alla portata di tutti.

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La prima iniziativa è BiCity, che comprende il modello di gestione della nuova “Velostazione” che si trova nei pressi della stazione ferroviaria. Questa sarà poi affiancata dalla Ciclofficina che riaprirà con un infopoint integrato, per la ciclabilità.

Nella città sono presenti le Bike box, delle rimesse sicure per le biciclette private, oltre alle 95 nuove rastrelliere che offrono 2.805 posti ai cicli.

Inoltre, è stato esteso il trasporto pubblico con un servizio di bike sharing Bigi (creato con NextBike) che garantisce 390 biciclette a pedalata assistita.

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Per ultimo, possiamo citare Pin bike, l’iniziativa che premia chi sceglie la bicicletta alla macchina. L’idea prevede un rimborso fino a 2 euro al giorno, 30 euro al mese a seconda dei chilometri percorsi.

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L’importanza del cambiamento.

In Italia ci sono attualmente circa 58.000 chilometri di piste ciclabili e di cicloturismo, ma servono ulteriori passi avanti per migliorare la nostra penisola.

Questo perchè il campo del ciclismo ci offre una soluzione semplice ed efficace per far fronte alle elevate emissioni di CO2.

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Infatti preferire il ciclo a due ruote quotidianamente, produce l’84% in meno di emissioni di CO2, rispetto a chi prende l’auto.  Sceglierla anche solo una volta a settimana, permette di risparmiare 3.2 kg di CO2, l’equivalente di un tragitto di 10 km in auto. Si stima infine una produzione di emissioni 30 volte inferiori delle vetture tradizionali e 10 volte inferiori a quelle elettriche.

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Quindi ancora una volta, le abitudini dei cittadini, sono uno degli ostacoli più grandi da superare per garantire una transizione ecologica vera e propria.

É interessante notare come questo premio sia stato vinto da comuni diversi sparsi in Italia: in questa edizione il podio è stato condiviso con Cuneo e Caltanissetta.

Dal 2017 ad oggi hanno vinto Siracusa, Cesena, Pescara, Parma e Genova, ma nel podio sono salite spesso anche Pesaro e Padova.

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Gli Urban Award permettono ai comuni di competere tra di loro per una valida ragione. Il fatto che sempre più amministrazioni si iscrivano al contest è un segno rilevante, che dimostra la buona volontà di tutti nel cambiare le cose.

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Senz’altro servono più investimenti e una maggiore cura nei dettagli di progetti correlati al ciclismo in Italia, ma la strada sembra quella giusta.

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